Associazione in partecipazione

08 Mag 2015

La disciplina del contratto di associazione in partecipazione è rinvenibile agli artt. da 2549 a 2554 del codice civile.

Si tratta di un contratto tra due figure: l'ASSOCIANTE, cioè l'imprenditore e l'ASSOCIATO, cioè un soggetto terzo.

Mediante il contratto di associazione in partecipazione l'ASSOCIANTE attribuisce all'ASSOCIATO una partecipazione agli utili della sua impresa verso il corrispettivo di un apporto.

L'apporto potrà consistere in una somma di denaro, in lavoro o in entrambe (apporto misto).

E' essenziale precisare che oltre alla partecipazione agli utili, all'associato dovrà essere prevista la partecipazione alle perdite nella stessa misura in cui partecipa agli utili, seppur nel limite del suo apporto. In mancanza di ciò vi è la conversione in rapporto di lavoro subordinato (Cassazione 21/02/2012, n. 2496).

Altro elemento da segnalare è che per le obbligazioni assunte dall'impresa risponde soltanto l'associante (l'imprenditore) che resta, pertanto, la sola figura di riferimento ai fini legali e contrattuali per i soggetti esterni all'impresa. La gestione dell'impresa spetta quindi esclusivamente all'associante.

Unico limite alla libertà di gestione dell'impresa da parte dell'associante è rappresentato dall'impossibilità di attribuire partecipazioni per la stessa impresa o per lo stesso affare ad altre persone senza il consenso dei precedenti associati (art. 2550 c.c.).

Il potere di controllo che l'associato potrà esercitare nei confronti dell'associante è determinato dal contratto, ma l'associato ha sempre diritto ad ottenere il rendiconto dell'affare compiuto o al rendiconto annuale della gestione nel caso in cui questa si protragga per più di un anno (art. 2552 c.c.).

La forma del contratto di associazione in partecipazione è libera, ma è fortemente consigliato adottare la forma scritta per evitare possibili contenziosi tra le parti o nei confronti di Enti Previdenziali in ragione del possibile rischio di conversione in lavoro subordinato.

La riforma del mercato del lavoro (legge 28/06/2012, n. 92) ha profondamente rivisto la disciplina dei contratti di associazione in partecipazione prevedendo che per i contratti stipulati a decorrere dal 18/07/2012 si applicheranno le nuove regole di cui agli art. 1, co. 28-31, legge 28/06/202, n. 92; qui di seguito vengono illustrati gli aspetti di maggior interesse (per i contratti in essere a questa data e certificati ai sensi degli artt. 75 e seguenti del d.lgs. n. 276/2003restano valide le regole ante riforma).

Essendo chiara la portata antielusiva della riforma, è previsto che, nei casi in cui l'apporto dell'associato consista in una prestazione di lavoro, il numero massimo degli associati non potrà essere superiore a 3.

L'unica eccezione a tale limite quantitativo si verifica in caso di associati legati all'associato da un rapporto:

In caso di violazione di questo limite, il rapporto con tutti gli associati che apportano anche lavoro si considera di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

La riforma ha introdotto altre 2 presunzioni legali che determinerebbero, salvo prova contraria, la conversione del rapporto in lavoro subordinato a tempo indeterminato:

  1. La mancanza di un'effettiva partecipazione dell'associato agli utili dell'impresa o dell'affare, ovvero nel caso di omessa consegna del rendiconto ex art. 2552 c.c..;
  2. nel caso in cui l'apporto di lavoro non presenti i requisiti di cui all'art. 69bis, co.2, lett. a). Tale norma prevede che la presunzione di lavoro dipendente non opera nei casi in cui la prestazione lavorativa sia connotata da competenze tecniche i grado elevato acquisite attraverso significativi pertcorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell'esercizio concreto dell'attività.

La giurisprudenza è concorde nel ritenere che, oltre a non dovervi essere alcun vincolo di subordinazione tra associato e associante, determinato dall'esistenza di un potere gerarchico, nel contratto di associazione in partecipazione non possano mancare due requisiti di base:

  1. l'associato deve partecipare anche alle perdite (in tal modo sopporta il rischio di impresa);
  2. l'associato deve ricevere un rendiconto periodico.

I redditi da attività di associazione in partecipazione devono essere imputati ai singoli partecipanti. Gli utili corrisposti all’associato persona fisica costituiscono redditi di lavoro autonomo se l’apporto è costituito esclusivamente dalla prestazione di lavoro (articolo 53, comma 2, lettera c) del TUIR) e redditi di capitale se costituito da capitali o promiscuamente da capitali e lavoro (articolo 44 comma 1, lettera f) del TUIR). Se l’associato è imprenditore o società, i compensi percepiti costituiscono reddito d’impresa.

I redditi con apporto di solo lavoro devono essere dichiarati nel periodo d’imposta in cui sono percepiti (principio di cassa). Il reddito dell’associato è rappresentato dall’intero ammontare degli utili derivanti dall’associazione, pertanto non possono essere portati in deduzione eventuali costi sostenuti, come i compensi ai collaboratori.

Gli associati che conferiscono prestazioni lavorative i cui compensi sono qualificati come redditi di lavoro autonomo sono tenuti a iscriversi alla gestione separata INPS entro trenta giorni dall’inizio dell’attività.

Da ultimo, si segnala che una volta instaurato il contratto di associazione in partecipazione è necessario effettuare la comunicazione al Centro Per l'Impiego competente entro le ore 24 del giorno precedente a quello di inizio dell'attività.

 

 

 

 

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