Quali sono le tipologie di patti parasociali previsti dal nostro ordinamento?

04 Apr 2015

La riforma societaria ha decretato l’ingresso dei patti parasociali nel nostro ordinamento prevedendone la disciplina agli artt. 2.341-bis e 2.341- ter del codice civile.

Tale disciplina non si applica alle società quotate nei mercati regolamentati, per le quali continua a trovare applicazione la disciplina del TUF (Testo Unico in materia di Intermediazione Finanziaria- D.Lgs. n. 58/1998)

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Per comprendere la ratio della disciplina dei patti parasociali basti leggere il primo comma dell’art. 2.341-bis, il quale disponendo che “i patti, in qualunque forma stipulati, che al fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società (…)”, indica chiaramente quale debba essere l’elemento comune ai patti rilevanti ai sensi dell’art. 2.341-bis: esse devono, pertanto, essere volti a fornire un assetto costante alla società. Esempio tipico di patti che consentono di raggiungere tale scopo è rappresentato dai sindacati di blocco, ossia quegli accordi che pongono limiti al trasferimento delle partecipazioni.

Il legislatore individua nell’art. 2341-bis solamente i patti a più diffusa rilevanza, fornendo un elenco di certo non esaustivo dei possibili patti:

  1. SINDACATI DI VOTO. Hanno per oggetto l’esercizio del diritto di voto nelle società per azioni o nelle società che le controllano. Costituiscono la tipologia più frequente di patti parasociali e hanno lo scopo di regolare, tra i firmatari del patto, il diritto di voto in sede assembleare. Essi possono prevedere un vero e proprio obbligo di consultazione prima del voto oppure vincolare gli stessi ad esprime il proprio voto in modo conforme a quanto deciso dalla maggioranza degli aderenti al patto in separata sede. La giurisprudenza in passato ha contestato la validità di tali patti in quanto essi avrebbero provato l’assemblea delle proprie competenze funzionali ma il più recente e consolidato orientamento giurisprudenziale ha riconosciuto la validità di tali patti in quanto nessuna norma vieta al socio di predeterminare le modalità con cui voterà e dal punto di vista formale resta pur sempre l’assemblea ad assumere le decisioni con le maggioranze previste. Attenzione però all’osservanza delle norme imperative: un tipico esempio di sindacato di voto invalido è quello che prevede che i soci si accordino per la votazione in ordine all’approvazione del bilancio a prescindere dalla valutazione dell’efficacia informativa del bilancio stesso (sia il voto favorevole che quello sfavorevole all’approvazione del bilancio violerebbero l’interesse generale alla conoscenza dell’andamento economico della società).
  2. SINDACATI DI BLOCCO. Pongono limiti al trasferimento delle relative azioni o delle partecipazioni in società che le controllano. E’ evidente il fine di mantenere stabile nel tempo la composizione della compagine societaria; essi possono prevedere il semplice divieto di vendita delle azioni per un certo periodo di tempo, contenere limitazioni al trasferimento o alla costituzione di diritti reali sul titolo, ecc..
  3. SINDACATI DI CONTROLLO. Hanno per oggetto o per effetto l’esercizio anche congiunto di una influenza dominante su tali società. Data la formulazione così generica di tale disposto normativo, si ritiene che la stessa possa avere la portata di norma c.d. di chiusura volta a contenere la quasi totalità delle restanti forme pattizie previste nella prassi. In tali casi occorre prestare particolare attenzione alle formulazioni dei patti rientranti in questa categoria al fine di evitare che gli stessi, o parti degli stessi, si pongano in contrasto con la finalità perseguita dal legislatore ovvero quella di limitare la rilevanza dei patti parasociali ai soli accordi che prevedano, quale fine ultimo, la stabilizzazione degli assetti proprietari o di governo della società.

 

 

 

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